Forse, non tutti si rendono conto che buona parte delle cattive abitudini alimentari attuali dipendono dalle scelte commerciali delle grandi industrie alimentari e dalle multinazionali dei fast food, le quali, nel tempo, hanno provocato variazioni profondissime nel modo di alimentarsi.

Un esempio su tutti, ma è giusto un esempio, riguarda le porzioni.

Quando sono stati introdotti, più o meno negli anni ottanta, i fast food provvedevano a servire bibite in bicchieri di due formati: normale e grande. Come avranno fatto a definire che quelle quote potessero essere tali è molto semplice: guardandosi attorno e osservando le abitudini correnti.

Col passare del tempo, però, le cose sono cambiate. Il bicchiere normale è diventato il mini e il bicchiere grande è diventato il piccolo. Riassumendo, adesso i bicchieri sono tre: piccolo, equivalente al grande di una volta, circa mezzo litro, medio, sessanta cc, e grande: quasi un litro!

Ora, dovremo mai questa strana evoluzione? Forse all’aumento della sete dei consumatori? Oppure all’incremento della capienza dei loro stomaci? O, ancora, al buco dell’ozono che fa sudare di più? O, infine, all’aumento dell’arsura delle fauci causata da panini sempre più piccanti?

Quale che sia il motivo, e dubito che sia uno di quelli sopra riportati, i nostri parametri sono drasticamente mutati, elevati a livelli tali da produrre parallelamente effetti devastanti, se si pensa che, per esempio, in America il tasso di obesità è più che raddoppiato negli ultimi trent’anni, grosso modo da quando hanno iniziato a dilagare i fast food.

Il problema, credetemi, è che ci siamo creati una nuova normalità, ribaltando il punto di partenza: all’inizio era la società a creare i riferimenti per l’industria alimentare, ora è l’industria alimentare che detta i punti di riferimento. E noi ci abbocchiamo. Pazzesco, non trovate?

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