Ma sarà poi vero? Io non credo. Anzi, son sicuro di no. Credo, piuttosto, che i disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia e la meno nota binge eating disorder o alimentazione incontrollata) rappresentino la strada che viene presa da un disagio posto in profondità per emergere e manifestarsi. Quella che manca, pertanto, non è la fame, che quella, semmai, c’è come in qualsiasi altra persona. I disturbi del comportamento alimentare non sono malattie dello stomaco o dell’appetito ed è pertanto controproducente ritenere che una persona possa essere malata di troppa oppure di troppo poca fame.

Qualcuno ha definito anoressia e bulimia malattie dell’amore. Mah, può essere. La definizione è accattivante, però non riesce a convincermi del tutto. É vero che alcune ragazze sviluppano un disturbo del comportamento alimentare partendo da un’intima sofferenza per la difficoltà nel crescere o come appello d’amore a dei genitori distratti. Ho incontrato però anche ragazze in grande difficoltà, per l’incapacità di uscire da un sistema di controllo eccessivamente tiranno o per avere eletto la magrezza estrema a baluardo altrettanto estremo della propria identità.

Isabelle Caro, diventata famosa per avere posato per Oliviero Tosacani per una celebre pubblicità contro l’anoressia, nel suo libro «La ragazza che non voleva crescere», racconta l’origine del suo rifiuto per il cibo con queste parole: «Ho avuto un’infanzia molto complicata, molto difficile, molto dolorosa. La più grande fobia di mia madre era che sarei cresciuta. Trascorreva il suo tempo a prendermi le misure. […] Mi faceva indossare vestiti di una bambina di 4 anni perché rifiutava che io crescessi e non mi permetteva di uscire perché aveva sentito che l’aria fresca faceva crescere i bambini. […] Durante una visita pediatrica a 12 anni, sentendo che pesavo 39 chili per 1,52 di altezza, mia madre fece un gesto di rifiuto, come a dire che ero troppo. Troppo qualcosa. […] Sapevo che mia madre non voleva che crescessi e così decisi di mettere un freno a questa crescita. Ma come farlo? Non potevo certo tagliarmi le gambe… La soluzione era di non mangiare più. […] Io l’amavo talmente tanto… c’era solo lei nella mia vita. Non avevo nessun altro. L’unica cosa che volevo fare era piacere a mia madre e vederla sorridere. Io volevo che lei sorridesse.»

Per Michela Marzano, oggi docente universitaria di Filosofia e Bioetica a Parigi, è stata la trappola della perfezione ad aprirle la porta dell’anoressia: “L’anoressia è uno dei tanti sintomi di quest’assurda perfezione. Perché un’anoressica fa di tutto pur di essere impeccabile. Per mostrare di essere all’altezza delle aspettative. Per non deludere. […] Mio padre era ossessionato dal fallimento. Dovevo essere la più brava. Arrivata in Normale, è stato il trionfo del dovere. Mi ricordo che nei corridoi si raccontava che il più bravo avesse fatto sei esami il primo anno. Io, allora, ne ho fatti nove. E in due anni li ho finiti tutti.”

Ora, quale che sia la condizione alla base di anoressia e bulimia, è evidente che il problema non possa essere la fame (che in alcuni casi è talmente soverchiante da non poter essere arginata e dover essere successivamente “riparata” con sistemi quali vomito, abuso di lassativi e/o diuretici, digiuno, esercizio fisico eccessivo…); è piuttosto qualcosa di più intimo e profondo, talmente intimo e profondo che alle volte giace nascosto persino agli occhi della persona stessa, la quale non si avvede della delicata situazione in cui si sta infilando. In realtà, altre volte, tutto accade in perfetta consapevolezza, ma senza gli strumenti per porvi un freno e rimedio. Così il risultato non cambia: i meccanismi di controllo ed il perfezionismo sono talmente tirannici da non lasciare alcun scampo.

Lo so, c’è chi crede che un dietologo particolarmente sensibile riuscirebbe a convincere una ragazza anoressica ad accettare di buon grado di sottoporsi ad una dieta ingrassante “giusto quel che basta a tranquillizzare tutti”. Allo stesso modo che c’è chi è convinto che un dietologo esperto arriverebbe a stendere una dieta capace di placare anche la fame più disordinata e compulsiva. Purtroppo così non è: il dietologo più sensibile potrebbe realizzare la dieta più rassicurante e il miglior specialista potrebbe anche stendere il programma alimentare più confortevole, ma senza alcun risultato, perché non è lì che si gioca la partita.

La partita la si gioca ad altri livelli e con ben altre figure al proprio fianco, figure in grado di far emergere il disagio più intimo e nascosto e di dare gli strumenti per affrontarlo. È in quest’ambito che la funzione del dietologo può avere senso e possibilità di successo: in un ruolo di servizio, subalterno ad altri più importanti ed influenti e con la pazienza e la delicatezza indispensabili per accettare di recuperare la via smarrita, meglio ancora nell’ambito di un lavoro svolto in equipe, con psicologo e dietologo in stretto contatto.

Antonio Lice

Vimercate.

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