Il Manuale di sopravvivenza per dimagranti ® – Questione di gola (il cibo – parte prima)

Il Manuale di sopravvivenza per dimagranti ® – Questione di gola (il cibo – parte prima)

“Ce piaceno li polli, l’abbacchi e le galline, perché sò senza spine, nun sò com’er baccalà.”

 La società de’ li magnaccioni (Testo di origine popolare )

Ovvero il cibo. Punto. 

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E qui da dove incominciamo? Potremmo partire da qualsiasi punto e trattare l’argomento per pagine e pagine, perché c’è forse qualcosa che sia più importante del cibo lungo tutto l’arco dell’esistenza di una persona? Assolutamente no, nulla!

Beh, forse la salute… o, stando ben a guardare, gli affetti… magari anche la realizzazione personale o professionale…

Ok, forse il cibo non sarà ciò che più d’importante ci sia nel mondo, ma di sicuro la sua bella importanza ce l’ha visto la correlazione diretta tra il suo consumo e l’aumento del sovrappeso sul pianeta terra.

Torniamo pertanto al dilemma iniziale e vediamo se riusciamo a fare un passo avanti…

Partiamo da un punto fermo e incontrovertibile: non c’è più il cibo di una volta. Potrete obbiettare che il cibo di una volta non ci sia più perché l’avranno finito quelli di una volta e quello che avranno avanzato sarà scaduto… Ok, passi pure la battuta, ma non crediate di essere tanto lontani dalla verità. A guardare il modo di mangiare di oggi e quello dei nostri genitori (o nonni, a seconda dell’età) è evidente che ci sia come una rima di frattura, una sorta di prima e dopo passante all’incirca per gli anni settanta e ottanta, epoca in cui hanno iniziato a fiorire le aziende produttrici di prodotti alimentari, le quali hanno stravolto la semplicità dei cibi dei nostri diretti (o indiretti) antenati inondando il mercato di prodotti mai visti prima, ma anche di prodotti arcinoti rivisitati in chiave moderna, il tutto con un unico comune denominatore: gusto a mille, calorie a palla e salubrità al minimo.

Una volta si poteva contare su un’alimentazione essenziale, in cui cibi e ingredienti coincidevano, nel senso che i cibi erano per lo più monoingrediente perché nascevano come tali e non provenivano da fabbriche ed industrie. Erano cibi che non avevano bisogno di etichette, perché era palese ciò che erano: la mela era una mela; il latte era il latte e l’uovo era un uovo. Non esistevano alberi di merendine piuttosto che mucche in grado di produrre bibite gassate o ancora galline dalle uova di cioccolata.

Oggi è tutto diverso. Non nel senso che esistano alberi, mucche e galline transgeniche al punto di produrre rispettivamente altro che mele, latte e uova, ma nel senso che ci ha pensato l’uomo a produrre alimenti che, se non avessero un etichetta, non si saprebbe neppure cosa contengono. Un chiaro esempio è la pressoché infinita serie di prodotti dell’industria dolciaria di cui oggi disponiamo per rallegrare ogni istante della nostra giornata: biscotti, biscottini, torte, tortine, snack al cioccolato, alla vaniglia, metà e metà, dessert al cucchiaio, merendine semplici, merendine farcite, merendine farcite un po’ di più, merendine super-iper-mega-arci-pluri-dindi-farcite… dai, ma come si fa?

Senza contare che sotto questo punto di vista non solo i cibi sempre più ricchi di ingredienti, ma questi a loro volta sono sempre più scadenti, con un danno alla nostra salute ancora maggiore: ipercalorici e pure di pessima qualità, alè.

A tale proposito avete voglia di fare un esercizio pratico? Sì? Bene: recatevi nella “hamburgheria” più vicina a casa, tanto sono tutte uguali, e ordinate un hamburger big, mac, king, double quel che volete. Una volta seduti al vostro tavolo, possibilmente senza farvi sgamare, che fare certe cose in pubblico possono creare perplessità nei presenti (anche se dubito che ci riuscirete), nell’ordine:

separate tutti gli ingredienti uno per uno e ponete ciascuno su un piatto di plastica diverso;

ponete sullo stesso piatto l’analogo preventivamente acquistato singolarmente: il pane, la “svizzera”, come si chiamava un tempo l’hamburger (mi raccomando cotta senza la plastichina), la pancetta (ben rosolata ma senza arrostirla), l’insalatina, il pomodoro e la fettina di formaggio;

confrontate le due versioni, quella florida e quella dall’aspetto malaticcio;

assaggiate successivamente le due varianti da veri bongustai quali siete, srotolando per bene il bolo alimentare in tutta la cavità orale;

tirate le conclusioni di questo esperimento, magari chiedendo il parere anche alla fiumana di persone che si sarà avvicinata al vostro tavolo per capire cosa diavolo state facendo.

Ovviamente trattandosi di un esperimento mi guardo bene da fare considerazioni personali, tuttavia lancio solo una considerazione finale: impoverita di fibre, pregna di grassi saturi e grassi idrogenati, strabordante di proteine, ultra raffinata e multicomposta, ipercalorica all’inverosimile: che fine ha fatto la dieta mediterranea di cui siamo sempre andati fieri? Potremmo dire che se ne sia andata “Via col vento”. Viceversa insieme al vento sono arrivate tutta una serie di porcherie, mi si passi l’ineleganza, di cui dal punto di vista della salute e del peso non si sentiva certo la mancanza, ma la cui mancanza sono incredibilmente in grado di far sentire una volta provati. Ma di ciò, non temete ne parleremo, oh se ne parleremo.

Per concludere: il progresso ha portato ad un inversione del rapporto disponibilità di cibo e fatica per procacciarselo: da poco cibo con tanta fatica, siamo passati a tanto cibo con poca fatica; il consumismo ci subissa di messaggi, inviti e suggestioni a consumare sempre più, ogni cosa e il cibo soprattutto; il cibo che mangiamo è diventato sempre meno salutare e soprattutto sempre più calorico. Il quadro del delitto sta prendendo forma? Sì? È il momento di passare al prossimo capitolo.

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