Il Manuale di sopravvivenza per dimagranti ® – Questione di geni

Il Manuale di sopravvivenza per dimagranti ® – Questione di geni

“E chi sarà il campione, già si capisce.”

Il bandito e il campione (Francesco de Gregori)

 Ovvero la genetica non è acqua.

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Bene, direi che potremmo anche iniziare a tirare un pochino le somme di questa nostra prima parte della serata. Abbiamo visto che:

il progresso ci fa ingrassare facendoci lavorare di meno e mettendoci a disposizione più cibo;

gli addetti al consumismo ci fanno ingrassare facendo gli straordinari per farci mangiare di più;

il cibo del giorno d’oggi ci fa ingrassare essendo estremamente più calorico;

noi ci facciamo ingrassare perché troviamo mille scuse per mangiare di più dato che… con o senza gusto, ogni momento è quello giusto.

E così il cerchio si chiude… ma solo per Margherita, però, perché per Rosalina (le ricordate? Margherita si è scoperta in sovrappeso col passare degli anni, mentre Rosalina lotta con il peso da sempre) dobbiamo inserire un altro elemento, un avversario ancor più forte e difficile da battere di benessere, consumismo e importanza del cibo messi insieme: il suo corpicino ultra risparmioso.

Perché una cosa deve essere chiara: a fronte di quanti non ingrasserebbero neppure con il tubo delle oche del “foie gras” impiantato nello stomaco, altri, poveracci, non possono sgarrare di una virgola senza imbarcare chili di grasso. E qui è un po’ come la massima della mamma di Forrest Gump, secondo la quale “la vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita”. Esattamente quello che succede per il nostro metabolismo: “tritarifiuti” o “granrisparmio” non lo scegliamo noi, ma ce lo troviamo in dotazione come tutto il resto del corredo genetliaco… Poi, se avremo ricevuto il modello “tritarifiuti” ci potremo permettere tutto quello che vorremo senza il minimo pensiero, viceversa se avremo ricevuto il modello “granrisparmio” un pensiero ce l’avremo di sicuro: come sarebbe stato più facile se in dono avessimo avuto un metabolismo del tipo “Inceneritore megagalattico”.

E pertanto: si ingrassa perché si è predisposti o perché si mangia troppo?

Come sempre la risposta sta nel mezzo (ma va?) o per meglio dire è un po’ l’una e un po’ l’altra: c’è chi ha un metabolismo che gli permette di mangiare tutto quel che vuole senza ingrassare e c’è chi può stare attento all’inverosimile ed ingrassare lo stesso; c’è chi se solo mangiasse un po’ di meno potrebbe mantenere a tempo indeterminato il suo fisichino ben in ordine e chi mangiando correttamente magari non diventerà mai una silfide, ma sicuramente migliorerebbe il suo peso.

Che esistano fattori genetici favorenti l’obesità è fuori discussione e qualsiasi dietologo ne è cosciente: esistono reperti preistorici che mostrano soprattutto donne decisamente “in carne”, a dimostrazione che anche in tempi assolutamente non sospetti dal punto di vista dell’iperalimentazione, qualche figura fuori dal coro c’era anche allora.

Fuori di dubbio anche il fatto che un’iperalimentazione sia alla base della maggior parte delle condizioni di sovrappeso attuali. La dimostrazione starebbe nel fatto che con il passare del tempo e l’aumento dei consumi alimentari il peso sia mediamente salito e sia aumentato anche il numero delle persone passate da normopeso a sovrappeso.

Una possibile sintesi del discorso, riguardante la maggior parte delle persone, potrebbe essere che si ingrassi mangiando più del proprio necessario, sottolineando come ognuno disponga di una sorta di “soglia calorica” oltre la quale si inizi a “metter su chili”.

Ora, mi pare di capire che la domanda aleggi a mezz’aria nella sala: “Ma dal punto di vista pratico, in cosa consiste questa predisposizione a mettere su chiletti, piuttosto che no?”

Iniziamo con il dire che le conoscenze relative agli aspetti genetici del sovrappeso sono decisamente avanzate, al punto tale che si inizia a fare ipotesi farmacologiche che, nel tempo potrebbero risultare molto utili per cercare di porre un freno al fenomeno dilagante del sovrappeso. Tuttavia, dobbiamo mettere subito un freno alle illusioni, perché al momento si è ancora lontanissimi dal convertire le conoscenze in rimedi. Quindi mentre leggerete le prossime righe fate un bel sospiro e mettetevi l’anima in pace: siamo ancora parecchio in corso d’opera.

Tutti gli studi più recenti paiono indicare la “leptina”, una proteina prodotta dal nostro organismo, come elemento chiave della componente genetica nella determinazione dell’obesità. La sua funzione, infatti, sarebbe quella di governare l’accumulo e la dismissione di grasso nelle e dalle cellule adipose, comunicando direttamente al cervello l’opportunità di ridurre o aumentare l’assunzione di cibo e contemporaneamente aumentare o ridurre la spesa energetica.

In buona sintesi:

  • durante i pasti e quando aumentano i chili di ciccia la leptina aumenta, con conseguente aumento del senso di sazietà e del consumo energetico;
  • lontano dai pasti e quando i chili di ciccia diminuiscono, la leptina diminuisce, con conseguente riduzione del senso di sazietà e del consumo energetico.

Tutto questo noi non lo immaginiamo grazie a sofisticati ragionamenti, ma lo abbiamo osservato direttamente mediante esperimenti effettuati su topolini di laboratorio: i topi privati della capacità di produrre leptina diventavano obesi, mentre quelli lasciati in configurazione originale, restavano belli magrini. E non per altro il dr Friedman, scopritore della leptina nel 1994, l’ha chiamata così: “leptina” deriva infatti dal greco “leptos”, che significa magro.

Ma stando così le cose, non basterebbe fornire un “Quanto Basta” di leptina a quanti penano sette camicie ogni giorno per perdere quei quattro chili, e contribuire così ad innalzare ampiamente il tasso mondiale di gioia e felicità?

Eh, purtroppo non è così semplice, innanzitutto perché in campo medico nulla è mai “così semplice” e passare dalla teoria alla pratica di una scoperta e ricavare un farmaco di sicuro successo ce ne corre; secondo perché nell’uomo la situazione sarebbe leggermente diversa dal topolino. Nell’uomo, infatti, a favorire il sovrappeso non sarebbe l’incapacità di produrre la leptina, ma l’incapacità del cervello di accorgersi della sua presenza. In altre parole: nelle persone predisposte geneticamente ad ingrassare non sarebbe il tessuto adiposo ad aver problemi a produrre la leptina, ma il cervello ad accorgersene: ne han così di voglia le povere cellule adipose strabordanti di grasso di gridare “stooooooop!” visto che il loro grido di allarme non viene udito.

Ma non è tutto qui, perché è risaputo che le brutte notizie non arrivano mai da sole: a fare il paio con l’osservazione che nelle persone obese i recettori per la leptina non riescono a recepire il messaggio di astinenza dal cibo, ecco che viceversa questi sono estremamente sensibili al calo della sua concentrazione. Più specificatamente:

  • quando un obeso ingrassa, il suo tessuto adiposo in aumento produce più leptina. Tuttavia il richiamo anoressigeno di quest’ultima non viene accolto;
  • al contrario, quando un obeso tenta di dimagrire, il tessuto adiposo in riduzione produce meno leptina e questa volta sì, il suo richiamo ad ingrassare si fa sentire e pertanto l’individuo si sente maggiormente spinto alla ricerca del cibo.

Bella fregatura.

Immagino che il commercialista di Monza utilizzerebbe anche per quest’occasione un’affermazione più colorita. Noto un suo cenno di assenso dalla platea.

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