Il Manuale di sopravvivenza per dimagranti ® – Il mantenimento, questo sconosciuto

Il Manuale di sopravvivenza per dimagranti ® – Il mantenimento, questo sconosciuto

“A questo punto non devi lasciare qui la lotta è più dura ma tu

se le prendi di santa ragione insisti di più.

 Sei testardo, questo è sicuro, quindi ti puoi salvare ancora

metti tutta la forza che hai nei tuoi fragili nervi.

 Quando ti alzi e ti senti distrutto, fatti forza e va incontro al tuo giorno

non tornare sui tuoi soliti passi, basterebbe un istante.”

 “Un giorno credi” (Edoardo Bennato)

 Ovvero del fatto che basta davvero un istante. Magari seguito da un altro istante. E da un altro ancora… 

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Ci sarà qualcosa più misconosciuto del mantenimento per un dimagrante?

Ottima risposta, no. E dal boato sollevatosi all’unisono, direi che le cose possono essere due: o ne siete veramente convinti, oppure avete letto alle mie spalle il titolo del paragrafo.

Che sia una o l’altra, la risposta è comunque sempre quella: non c’è nulla di più estraneo alla logica del dimagrante del mantenimento.

Ogni dietologo ha il suo campionario di considerazioni espresse in riferimento all’argomento in termini più o meno diretto:

con il precedente dietologo ho perso 15 chili, poi però non mi ha dato la dieta di mantenimento ed è andata come è andata;

ma quando avrò finito di perdere peso mi darà un’altra dieta per mantenere il peso perso?

non vedo l’ora di finire la dieta, perché non ne posso più di mangiare così;

quando avrò finito con questa dieta, potrò ricominciare a mangiare come prima?

Potremmo andare avanti ad libitum con questi esempi, ma non aggiungeremmo nulla a quanto già dovrebbe essere evidente e cioè che mediamente non si è capito un tubo di cosa significhi fare una dieta.

E, attenzione, chi non ha capito un tubo non siete voi che guardate con fiducia al professionista a cui vi siete rivolti, ma, per esempio, il professionista convinto che per risolvere il problema del sovrappeso basti distribuire prestampati che fa pagare un botto, piuttosto che farmaci che costano quanto un monolocale. Che poi la sua sia convinzione piuttosto che convenienza ognuno faccia i propri conti e veda se stendere o meno quel che ritiene di maggior decoro.

Più che altro a me sta a cuore rivedere insieme a voi la favola dei tre porcellini, chiedendo preventivamente scusa a quanti si risentiranno per la scelta dei protagonisti della favola. La colpa evidentemente non è mia anche se francamente non saprei neppure su chi scaricare il barile, visto che il nome dell’ideatore della storia non è noto. Certo è che chi l’ha pubblicata per la prima volta è tale James Orchard Halliwell-Phillipps intorno al 1843, nella raccolta Nursery Rhymes and Nursery Tales, il quale ha ripreso un racconto della tradizione orale di molto antecedente: se proprio volete prendervela con qualcuno prendetevela con lui.

Dunque, la storia è nota, ma vediamo se riusciamo a rinfrescarla con delle sottolineature ad hoc.

Ci sono questi tre simpatici animaletti rosa con la coda a cavaturacciolo e il naso e le orecchie da maialino (così non urtiamo la sensibilità di nessuno) che la mamma decide di mettere alla porta perché a quanto pare se la stanno prendendo troppo comoda. In effetti la loro pinguedine dimostra che fino ad allora hanno vissuto nell’agio e nell’abbondanza delle cure materne, per cui un po’ di ristrettezze non potrebbe che far loro bene e visto che i dietologi nelle favole non esistono (lo si intuisce pensando che l’alimentazione media di lupi, orchi e streghe è costituita da bambini e nonne) ecco che ai tre non resta che dedicarsi all’attività fisica.

In realtà, lo sappiamo benissimo, il mondo è una giungla con tanti pericoli in agguato e da qualche parte sicuramente si starà sfregando le mani uno qualunque dei malintenzionati di cui sopra, interessato ad aggiungere un po’ di pepe alla vita dei tre. In questo specifico caso il malintenzionato è un lupo e il pepe lo vuole aggiungere non alla vita ma direttamente sui porcellini.

Venutone a conoscenza, il fratello maggiore, che sarà pure un bamboccione però in quanto a lupi deve averne letto già abbastanza, mette in guardia i fratelli minori, che però si fanno un baffo dei suoi “al lupo, al lupo”. Del resto hanno cose ben più importanti da fare e poi, ammettiamolo, chi ha voglia di fare cose impegnative se si possono ottenere le stesse cose con minore fatica?

Ne deriva che mentre il porcellino numero uno ci mette ben del suo per costruire la sua casetta di mattoni, i porcellini numero due e tre tirano su in quattro e quattr’otto rispettivamente una casupola in legno ed una in paglia: Tanto quel microcefalo del lupo mica starà lì a controllare se sono davvero in casa quando andrà a bussare alle loro porte e loro risponderanno che non c’è nessuno.

Come andrà a finire lo sappiamo tutti: il lupo si dimostra malfidente come si conviene ai lupi cattivi delle favole e butterà giù le capannelle semplicemente soffiando ci sopra, segno evidente che la vita all’aria aperta non danneggia i polmoni come lo smog e il fumo delle città, ma soprattutto che avere l’occhio corto come quello dei porcellini non giova a nessuno (meno che ai lupi, evidentemente).

Per fortuna il porcellino number one ha finito per tempo il suo bunker anti-lupo e può accogliere anche i due fratellini (che secondo me, comunque, una volta che avranno svangato il finale splatter torneranno ad essere lazzaroni quanto se non più di prima).

Tralascio il finale politicamente scorretto della fine ingloriosa e cruenta del lupo e pongo una domanda retorica come si conviene in queste occasioni: che probabilità ha una casa in mattoni di ergersi come tale in assenza di fondamenta degne di una casa di questa importanza?

Cosa ricaviamo da questa storia? Ovviamente che i maialini sono appetitosi per tutti, ma soprattutto che se si vuole che una cosa (come pure una casa, oppure una dieta) duri per sempre occorre che sia pensata fin dall’inizio come una cosa (come pure una casa, oppure una dieta) fatta per durare.

Abbiamo detto molte volte che dovremmo sostituire il termine dieta con altri termini più consoni, ma mai come ora questo aspetto è fondamentale, perché il punto non è sperare che il lupo non ci veda, ma che la casa non crolli al primo sbuffo del malintenzionato. Ovvero bisogna:

ammettere che non basti mangiare meno per sperare di riportare definitivamente il proprio peso a quote più adeguate;

pensare fin dal primo momento al mantenimento, intuendone subito l’importanza e imparando a gestirsi correttamente man mano che si interiorizza il nuovo modo di mangiare;

ripetersi continuamente ciò che si è imparato fino a farlo definitivamente proprio;

scoprire che davvero non si può pensare di mangiare in modo diverso se non si mette un minimo (e basta davvero solo un minimo) in gioco le proprie abitudine e il proprio stile di vita.

Il mantenimento non inizia quando la dieta finisce… il mantenimento inizia quando la dieta incomincia.

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