Il Manuale di sopravvivenza per dimagranti ® – Dimagrire da gourmet (esatto: proprio così)

Il Manuale di sopravvivenza per dimagranti ® – Dimagrire da gourmet (esatto: proprio così)

 “Un fiore in bocca può servire, sai: più allegro tutto sembra.”

 “La canzone del sole” (Lucio Battisti)

 Ovvero del fatto che una fogliolina di basilico vale tanto quanto un fiore in bocca.

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La vita del povero Joseph Carey Merrick non deve essere stata delle più rosee, ma pare che il maestro David Linch, nel suo terribile “The elephant man” sia riuscito a renderla, se possibile, ulteriormente più drammatica, prendendosi alcune piccole libertà narrative allo scopo di render ancor più intenso e commovente il racconto. Doveroso pertanto concludere nel modo più adeguato il film, girato in un iperrealistico bianco e nero, con il famoso adagio per archi di Samuel Barber, una delle melodie più struggenti dai tempi dello zufolo di Pan. Che dire: ci può stare. [Regia: in onda il pezzo, grazie!]

Per Andy Beckett, protagonista di Philadelphia, commoventemente interpretato da Tom Hanks, la vita va decisamente meglio del povero Joe di cui sopra: avvocato di successo e bon vivant, patisce malattia e discriminazione sociale solo nelle battute finali. Anche lui alla fine ci lascia le penne (del resto, capita a molti…) e per non alleviare di un grammo la gravità del momento, ecco un lancinante finale con i filmati di lui bambino in un evocativo technicolor, mentre un Neil Young, davvero all’altezza della situazione, ci mette del suo per far capitolare anche chi fosse riuscito fin ora a rintuzzare le lacrime. Anche questo ci sta [Regia!]

Come dimenticare, continuando in tema, Oliver che ai bordi di una pista di pattinaggio sul ghiaccio si dispera per la morte della sua Jennifer? Il tutto mentre Francis Lai si guadagna ampiamente l’unico oscar delle sette nomination di “Love story”, facendo sbroccolare letteralmente ogni spettatore con la sua struggente colonna sonora. Ampiamente comprensibile. [Vai con l’ampex]

Stesso discorso per il piccolo Luca, che muore tra le braccia del padre ne “L’ultima neve di primavera”, ringraziandolo per quella che è stata la vacanza più bella della sua vita, mentre il maestro Franco Micalizzi profonde la sua arte per spremere le ultime lacrime ancora in saccoccia agli spettatori già provati. Doverosamente. [Vai che è l’ultimo della serie]

Chiamiamole sottolineature, evidenziazioni, enfatizzazioni… si tratta in ogni modo di espedienti per mettere ulteriormente in risalto il pathos del momento, perché nessuno abbia dubbi sul fatto che quella è proprio la scena più toccante del film.

A parte che io personalmente proibirei certe pellicole (che ho già i miei problemi a reggere il racconto, figuriamoci il video senza audio, neanche a parlarne con il sonoro), sono tutto sommato disposto ad ammettere che ci possa stare…

… ma se per un’opera cinematografica è del tutto comprensibile cercare il modo per rendere triste all’ennesima potenza ciò che già lo è già di partenza, non altrettanto riesco a capire perché lo si debba fare anche noi, poveri dimagranti!

Perché, ammettiamolo, un po’ ce la cerchiamo, dai!

Mi riferisco a tutta la tristezza e a tutta la mestizia a cui permettiamo di invadere i nostri pensieri, la nostra vita e le nostre tavole nel momento in cui decidiamo di fare un po’ di sana e benefica correzione dell’alimentazione, senza che ci sia da alcuna parte scritto che tutto debba diventare malinconico e sconsolante: in fin dei conti l’impegno che ci siamo posti è giusto quello di perdere qualche chilo, mica quello di indossare metaforicamente un cilicio gastronomico per espiare le colpe nutrizionali nostre e del resto del mondo.

Su un po’ di verve, forza con un po’ di brio: se proprio ci tocca dimagrire lo si faccia almeno da gourmet (Dottoressa Scaglia docet), perché per riprendere il discorso di poc’anzi, non sta proprio scritto da nessuna parte che “Non ci resta che piangere”: petto di pollo triste ai ferri corti; riso smorto all’olio scarso; sogliola pallida al vapore ristretto… come pensare anche solo lontanamente che il lato oscuro della forza non abbia la meglio sulla nostra debole volontà di perseverare, una volta raggiunto il peso ottimale?

È proprio tutt’altro il piglio che ci vuole: ci tocca mangiare meno? Ok, però almeno evitiamo di mangiare male; dobbiamo accettare l’idea di vivere con meno cibo?  Compensiamo la minor quantità con maggior qualità!

Se proprio dobbiamo mangiare meno, almeno scegliamo il meglio!

Allo stesso modo, visto che ci sono preclusi certi alimenti e non possiamo più utilizzare con generosità altri, (olio, burro, formaggi…) perché non cercare valide alternative fra gli inebrianti sapori che le piante aromatiche ci regalano? Oppure tra le spezie, che possono dare nuove emozioni ad antiche ricette o, ancora, accostamenti insoliti di frutta e verdura con carni e pesci? Le soluzioni raffinate, gratificanti e appaganti che ci offrono queste alternative sono tutte a portata di mano e tutt’altro che appannaggio di una classe ristretta di fortunati intenditori, perché nulla impedisce che anche noi si possa…

… dimagrire da gourmet!

Prima considerazione: multisensorialità!

Se Babette nel relativo pranzo e successivo film, usava “trasformare un pranzo in una specie di avventura amorosa, nobile e romantica, in cui non si è più capaci di fare distinzione fra l’appetito del corpo e quello dell’anima”, non dovrebbe stupirci che un piatto sia qualcosa di più di un agglomerato di carboidrati o proteine pronti a fare un salto nel nostro magnifico corpicino.

Per questo motivo ci si dovrebbe sempre volere un briciolo di bene, curando un po’ più la presentazione dei piatti, perché diciamocelo: quei due finocchi lessati accompagnati a quelle due uova sode pelate alla bell’e meglio, mettono proprio tanta, ma proprio tanta malinconia.

Cosa ne direste di cambiare un pochino e preparare due begli occhioni di bue su un lettino di asparagi? La loro piacevolezza si spingerebbe ben oltre il momento del pasto e non mi riferisco certo alla vendetta degli asparagi al momento di… vabbè cosa ve lo dico a fare: se invece di piangere miseria imparassimo a curare la qualità dei nostri alimenti, la loro preparazione e la loro presentazione, ci sentiremo molto più contenti rispetto a quando i sensi vengono mortificati: i cibi buoni e belli saziano di più perché sono sotto molti aspetti più appaganti.

Seconda considerazione: vai con le spezie!

Il fatto di essere mediterranei spesso rappresenta un alibi per rendere zero lo sbattimento relativo alla ricerca di nuove esperienze culinarie, con la conseguenza che ci dimentichiamo di far parte di un mondo ben più vasto dei nostri patri confini e che ci mette a disposizione un’imprevista ricchezza in termini di sapori innovativi e abbinamenti inaspettati.

Le spezie, per esempio, permettono di dare anche ai piatti più semplici sapori impensabili, con un gusto e di una bontà che sorprende. Aglio, alloro, aneto, anice, basilico, berberé, cannella, cardamomo, carvi, cerfoglio, chiodi di garofano, coriandolo, cumino, curcuma, curry , dragoncello, erba cipollina, ginepro, lavanda, maggiorana, menta, mentuccia, noce moscata, origano, Papavero, paprica, pepe, peperoncino, prezzemolo, rafano, rosmarino, salvia, sesamo, timo, zafferano e zenzero sono solo alcune delle spezie e degli aromi che potremmo usare per insaporire i nostri piatti più essenziali.

Allo stesso modo è stupefacente come alcune combinazioni di carne, pesce, uova o formaggio con frutta o verdura possano costituire connubi insospettabilmente appetibili. Oltre infatti ai matrimoni inizialmente ritenuti arditi, ma ormai accettati senza riserve (prosciutto con i fichi, uova con gli asparagi, formaggio con le pere…) ne esistono moltissimi altri che aspettano solo di essere riconosciuti come ufficiali: manzo con i frutti i rossi, risotto con le fragole, insalata con mele e noci…

Ok, direte voi, ma come facciamo a sapere cosa ci sta bene con questo e con quello?

Ma lazzaroni che non siete altro! Miscredenti digitali! E Google cosa ci sta a fare? Mica solo per cercare… altro!

Pertanto, terza considerazione: Google santo subito!

Alla pari di qualsiasi altro strumento di cucina, Google può aiutarci a sfornare vere prelibatezze e ricette gustose, ma leggere un po’ in tutti i campi: primi, secondi, contorni, frutta, verdura… cercando si può trovare davvero di tutto. Inserendo le parole chiave su un motore di ricerca internet apre veramente le porte di un mondo nascosto e inimmaginabile: “primi light”, “secondi leggeri”, “contorni dietetici” sono solo alcune delle combinazioni che si possono inserire per espandere le nostre conoscenze in materia. Altre potrebbero essere: “insaporitori”, “spezie”, “aromatizzanti”… non c’è limite ai quesiti che si possono porre e quasi neppure alle risposte che si possono ottenere. Ricordate che chiedere è lecito e, per un motore di ricerca, rispondere è d’obbligo.

Quarta considerazione: i cibi buoni sono più appaganti, ma bisogna comprarli non solo sapere che esistono.

Qui c’è poco da fare: cogliere le pere in Argentina, ancora acerbe, per portarle in Italia in container a temperatura controllata per poterle mangiare anche a Natale è un abominio ed un fatto palesemente contro natura!

Noi, invece, dovremmo imparare a mangiare il più possibile secondo natura, spendendo magari un po’ di più, ma cercando i prodotti che davvero meritano di essere acquistati, perché le pere argentine sono buone tanto quelle italiane, ma per gustarle come si deve non dovrebbero venire qua loro, dovremmo andare là noi!

Se vogliamo risparmiare tempo e denaro, impariamo che esistono due concetti fondamentali che sono il “km zero” e la “filiera corta”, due termini che da una parte ci avvicinano agli alimenti prodotti vicino a casa propria, dall’altra ci fanno pensare alla differenza rispetto a quello che ci arriva anonimamente sulle tavole.

Alternativamente, avrebbe senso fare una capatina nel mondo del brillante buongustaio che predilige i prodotti con pedigree, ovvero quelli che pur essendo prodotti lontano da casa nostra, sono rinomati per essere il top della categoria: se non si avesse (ancora) una cultura da gourmet si può fare affidamento su internet e cercare l’elenco dei prodotti D.O.P o I.G.P. di Italia, in modo da iniziare a tamponare questa falla.

Filiera corta e prodotti d’autore, sono gli estremi che abbracciano un concetto: senza voler lanciare una crociata contro i fast food, i cibi precucinati e l’utilizzo smodato di prodotti sintetici nella confezione dei cibi moderni, può avere senso iniziare a pensare che esistono anche altre vie per alimentarsi, non obbligatoriamente tutti i giorni. È la disponibilità ad ammettere che ci siamo lasciati prendere la mano e abbiamo smesso di ragionare su ciò che arriva nei nostri piatti, ma soprattutto nei nostri stomaci.

Occorre iniziare a interessarci un po’ di più di ciò che mangiamo, perché è un vero peccato finire per essere come gli animali delle batterie intensive, che mangiano tutto quello che viene propinato. Loro con la scusante della mancanza di scelta, noi per la mancanza di critica.

Per concludere: il buono, così come il bello, ci si addice, quindi perseguiamolo a partire dalla scelta del cibo e, lo vedremo a breve, nell’utilizzo delle migliori stoviglie, postate, tovaglie.

Se riusciamo, mettiamo in tavola un vasetto anche solo con un fiore ed evitiamo di pranzare o cenare davanti a computer e TV, spegnete ogni elemento di disturbo e godetevi la cena e la compagnia.

Cerchiamo di non distrarci: il rito del pasto è un momento fondamentale della giornata, a maggior ragione per chi è a dieta. Gustiamo ciò che mangiamo con calma, assaporando a lungo ogni boccone, estraendo il sapore con consapevole voluttà, lasciando che gli aromi si sprigionino e pervadano la nostra capacità olfattiva.

Dobbiamo amarci anche e soprattutto durante la dieta.

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