Il Manuale di sopravvivenza per dimagranti ® – Che fatica cambiare…

Il Manuale di sopravvivenza per dimagranti ® – Che fatica cambiare…

“Sono abitudinario, non mi giudicate, siete come me.

 “Abitudinario” (Elio e le storie tese)

 Ovvero del fatto che siamo schiavi delle abitudini.

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Una domanda facile facile: cosa più di tutto condiziona il cambiamento delle proprie abitudini? Ovviamente: le abitudini!

Le abitudini rappresentano, senza ombra di dubbio, una delle catene più difficili da spezzare e pertanto uno degli elementi che più si oppone prima alla perdita di peso e successivamente al mantenimento dei buoni risultati raggiunti.

L’uomo è una fabbrica naturale di abitudini: sembra quasi che questa di generare consuetudini sia una delle tante acquisizioni dell’uomo nel corso dell’evoluzione e, se ci ragioniamo un attimo, non siamo molto lontano dal vero affermandolo. È infatti esperienza comune di come basti fare una cosa per un paio di volte di seguito per essere indotti a credere che quella sia una cosa non solo “ripetibile”, ma addirittura “da ripetere” nel tempo: il posto dove si lasciano le chiavi al rientro a casa; il luogo dove si passano le vacanze estive; il menù di Natale… tutto, ma proprio tutto ciò che noi facciamo, non scaturisce dalla nostra fantasia e da un pensiero del momento, ma dal condizionamento prodotto dall’aver sempre fatto la stessa cosa.

Sprecate qualche secondo per rifletterci un attimo e poi accettate la dura realtà: siamo talmente vincolati alle nostre abitudini che non riusciamo neppure a passare dalla vasca da bagno alla doccia con degna disinvoltura. Forza, ognuno pensi qualche secondo a quali siano le proprie abitudini più consolidate? Sono tante vero? A partire dall’orario in cui ci alziamo, al modo in cui facciamo uscire il dentifricio dal tubetto, al giornale che compriamo o non compriamo quotidianamente…

Ma perché siamo una fabbrica di abitudini così efficace? Perché parrebbe che non si possa fare a meno di “abitudinare” tutte le nostre attività…

Diciamo che due sono i motivi principali, paradossalmente opposti tra di loro: l’innata predisposizione dell’uomo ad ottimizzare tutto per ricavarne il massimo beneficio con il minimo sforzo (massima efficienza) e l’altrettanto congenita pigrizia che induce a trovare il punto di minor fatica possibile un po’ in ogni campo e settore della vita quotidiana. Ovviamente a ciò si devono associare tutte quelle abitudini che vengono indotte da fattori esterni, per esempio dalle case produttrici di prodotti alimentari che sfornano cose talmente “irresistibili” da convincere il consumatore a ritenere irrinunciabile questo o quel prodotto e poi tutte quelle abitudini che derivano invece da esperienze talmente belle e gratificanti che si desidera riproporre continuamente per riassaporarne ogni volta la piacevolezza.

Che sia dovuta a questo o quel fattore, però, il discorso non cambia: consapevolmente o (più probabilmente) meno, noi siamo schiavi delle nostre abitudini, ma per quel che più conta della forza che unisce virtualmente tutte queste abitudini e ci fa credere che non ci sia altro tipo di vita rispetto a quella che stiamo vivendo… ed ovviamente non mi riferisco ad alieni o extraterresti.

Viviamo come su binari dai quali è difficile deviare proprio come il treno che li percorre, il quale per prendere un’altra via ha bisogno di uno scambio. Ecco perché le abitudini rappresentano un grosso ostacolo alla riuscita dell’intenzione di perdere peso: perché ogni minima interferenza con l’abitudine viene accolta alla stregua di un corpo estraneo da rigettare alla prima occasione. Se a ciò si aggiunge che la via vecchia era oltretutto la più gradevole dal punto di vista delle gratificazioni alimentari e la più agevole dal punto di vista dell’assenza di restrizioni, ecco che il quadro sarà più completo: ci si può anche mettere a dieta, ma con la riserva di tornare a vivere esattamente come prima. Il che è leggermente in contrasto con la più elementare delle nozioni comportamentali: se si torna indietro, si torna come prima. Peccato che questo è quanto accada almeno nell’85% dei casi nell’arco di un paio d’anni (statistica italiana) e nel 95% nell’arco di 5 anni (metanalisi statunitense).

Eppure non dovrebbe essere così difficile da capire: tutti, ma proprio tutti, i dietologi consigliano di rendersi il più disponibile possibile ai cambiamenti introdotti con la dieta per non tornare a vivere nelle stesse condizioni di vita che hanno portato al peso da cui si intende sfuggire. Il paradigma è semplice: se vivere nel modo A (caratterizzato da alimentazione poco attenta e scarsa attività fisica) ha prodotto come effetto finale il peso A (che noi assumiamo essere quello non desiderato) ed il modo di vivere B (più salutare) ha determinato il peso B (ovviamente quello che più ci gratifica) non sarà possibile restare al peso B se si torna a vivere nel modo A.

In realtà ci sarebbe qualcosa di più e questo qualcosa lo avrebbero scoperto tre psicologi americani, i dottori Ben Fletcher, Karen Pine e Danny Penman, che hanno realizzato interessantissimi studi sul nesso tra peso ed abitudini, finendo per creare addirittura un programma di dimagrimento in cui il concetto di dieta viene assolutamente bandito a partire dal titolo stesso che è proprio “Ladieta senza dieta”.

Questo programma, che in America ha avuto un discreto successo di pubblico e di critica, non ha avuto sufficiente presa da questa parte dell’oceano, al punto che il testo guida, per altro estremamente interessante, è difficilissimo da reperire nella maggior parte delle librerie. Ciò è un vero peccato perché ne “La dieta senza dieta” l’approccio al problema del sovrappeso è estremamente innovativo. Pur essendo partiti da osservazioni casuali, infatti, gli autori hanno saputo adeguatamente strutturare un programma in grado di produrre una apprezzabile perdita di peso pur senza rinunciare a nulla, dal punto di vista nutrizionale.

Come per tutte le teorie che non consentono un contraddittorio è lecito lasciare il giudizio in sospeso, però, dato che a noi non interessa approfondire questa teoria ne’ appoggiarla in parte o in toto, ma solo sottolineare gli aspetti rilevanti, una cosa è certa: i principi de “La dieta senza dieta” sono indubbiamente interessanti a partire dalle rilevazioni che hanno dato il là per gli studi a riguardo.

Tutto ha avuto inizio negli anni settanta e ottanta quando, cercando di scoprire le cause ambientali dello stress, risultò palese che lo stress, in realtà, rappresenta più che altro una risposta interna al mondo esterno e che, se si voleva ridurre il livello di stress di una persona, era importante insegnarle a sopportare meglio le pressioni, purtroppo non modificabili, ricevute dal mondo esterno. In effetti, è evidente che, mentre alcune persone vengono letteralmente soverchiate dalle pressioni lavorative, altre le cavalcano addirittura con furore a dimostrazione che lo stimolo esterno applicato a persone diverse non genera la stessa risposta stressante.

Soprattutto su esplicita richiesta delle società, attente alla salute dei propri dipendenti, anche in un ottica di ritorno di produttività, nacquero numerose iniziative indirizzate a promuovere programmi di miglioramento delle condizioni lavorative, prevalentemente attraverso corsi di automotivazione, training autogeno, miglioramento del rapporto tra colleghi ecc ecc. Ciò che accumunava tutte queste proposte era l’idea di base di favorire il cambiamento cercando di indurre le persone a mutare il proprio modo di pensare confidando sulla propria forza di volontà.

La società di Fletcher e compagni si distinse per una tecnica completamente diversa, basata sull’induzione al cambiamento del pensiero attraverso piccoli cambiamenti quotidiani: essi avevano infatti osservato che se le persone modificavano iI loro comportamento, lentamente, ma inesorabilmente, iniziavano a cambiare anche i loro processi di pensiero più profondi, diventando spesso più ottimiste, meno stressate e generalmente più soddisfatte della propria vita.

Fin qui nulla di interessante per quel che riguarda il nostro discorso sulle abitudini. A questo punto però ecco che viene il bello. Lavorando al progetto di Fletcher, la ricercatrice Jill Hanson scoprì un dato interessante: analizzando e incrociando la marea di dati a sua disposizione si accorse di un’interessante relazione fra la flessibilità comportamentale di una persona e il suo peso. Le persone che si dimostravano più disponibili ad accettare i cambiamenti, senza particolari riserve, tendevano a migliorare il loro peso forma, mentre i più legati alle loro abitudini mantenevano più o meno inalterato il loro peso corporeo.

A questo punto ecco il cambio di rotta di Fletcher, Pine e Penman: perché limitarsi ad osservare questo dato e non sviluppare un programma finalizzato a incrementare la flessibilità mentale nelle persone in sovrappeso, visto che già un programma generico induceva le persone a dimagrire? Nacque così “La dieta senza dieta”, un interessante programma di 28 tappe in grado di garantire, a detta degli autori, considerevoli perdite di peso senza dovere mai pronunciare termini quali chilocalorie, porzioni, carboidrati, mangiare meno ecc ecc.

Noi non sappiamo se le promesse di Fletcher e associati vengano effettivamente mantenute, tuttavia leggendo le premesse si osserva una considerazione veramente importante: “siete sovrappeso perché siete intrappolati in una rete di abitudini che vi impediscono di dimagrire in maniera permanente. Non importa quanta determinazione mettete nel cercare di dimagrire: se non sconfiggete le abitudini che vi fanno rimanere grassi, rimarrete per sempre sovrappeso.

Ecco l’aspetto che più ci interessa da vicino: il fatto che ogni volta che cerchiamo di dimagrire, la nostra abitudinarietà tende a prendere il sopravvento sui nostri desideri e sulla nostra determinazione, vanificando ogni nostro tentativo al punto da farci ritrovare punto e a capo ogni volta. Il problema, infatti, è che più di tanto non abbiamo voglia o volontà di spezzare le abitudini che determinano la nostra esistenza con la conseguente ripresa del modo di vivere interrotta nel corso della dieta.

Abbiamo pertanto un nemico in più a cui dichiarare guerra (oltre alle calorie, quando queste sono eccessive) ovvero le abitudini, perché senza l’espressa disponibilità a favorire un reale e definitivo cambiamento potremo anche raggiungere un peso ottimale, ma non riusciremo sicuramente a mantenerlo.

Sic.

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