Cento chili in cento giorni. Quinta settimana: chi fa la dieta ingrassa

Cento chili in cento giorni. Quinta settimana: chi fa la dieta ingrassa

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“Com’è bella la zia Nena, grassa come una balena
grossa come un elefante, fa la cura dimagrante…!”

 Zecchino d’Oro 1981

 Ovvero del fatto che i chili da soli non se ne vanno, e se pure se ne andassero tenderebbero a tornare.

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Quando si da il via ad una vera e propria avventura quale quella di affrontare un programma alimentare, ci si concentra al punto tale sull’aspetto nutrizionale da dimenticare tutto il resto. In particolare quasi nessuno si pone il problema di ciò che sarà di tutto l’impegno che stiamo per profondere. In realtà le prospettive rivelate dalle statistiche sono tutt’altro che rose, perché non c’è studio al mondo che non abbia denunciato lo stesso aspetto allarmante: chi fa la dieta ingrassa. I motivi in realtà sono molti e vanno ricercati principalmente nel fatto che nel nostro intento di metter ordine alla nostra vita siamo solo noi a cambiare, mentre attorno a noi tutto resta uguale e pertanto favorevole a mettere i chili, piuttosto che a toglierli. Come uscirne? non solo dieta! Tanti sono infatti gli elementi che possono affiancarsi al nostro intento di alimentarsi più correttamente, a partire dal modo di intendere ciò che stiamo facendo e il modo in cui lo stiamo facendo. In questo senso potremmo prendere meglio le redini del nostro impegno ed essere i primi allenatori di noi stessi: Coach yourself, potremmo dire.

Osservando poi la difficoltà tanto a fare le cose per bene, quanto a mantenere salda la volontà di non lasciarsi andare quando le cose non vengono fatte a dovere, diventa indispensabile comprendere l’importanza della gestione degli errori, indispensabile per affrontare correttamente le difficoltà.

In altri termini, non basta un semplice foglio con quattro menù in croce: occorre una cultura alimentare e ancor più una cultura del benessere.

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Ventinovesimo giorno – Chi fa la dieta ingrassa

Se c’è una convinzione tra i dietologi seri (quelli che cioè non vendono miraggi, non promettono miracoli e soprattutto non hanno la scusa pronta che “il metodo funziona purché lo si applichi) è che le diete fanno… ingrassare!

Abbiamo tutti verificato, di persona oppure guardatoci in giro, che se può essere relativamente facile raggiungere un buon peso, ciò che risulta veramente difficoltoso e’ mantenerlo. Purtroppo questa osservazione e’ supportata da tutte le statistiche secondo le quali la maggioranza di chi si mette a dieta finisce per riprendere i chili persi più un sostanzioso interesse.

In uno studio effettuato presso la Capitale 300 persone sottoposte a dieta hanno perso in media 10 kg. Dopo 2 anni 255 di queste avevano recuperato i 10 kg persi e ne avevano acquisiti altri 4!

E’ la cosiddetta “legge della fisarmonica” o se vogliamo dello “jo-jo”, termini azzeccatissimi per indicare la tendenza al recupero dei chili persi con tanto di interessi.

Ma perché questo succede e soprattutto come si può evitare?

Per prima cosa, ancor prima si ragionare sul perché questo succeda e se si possa evitare, può essere utile restare a macerare le cifre suggerite: in due anni l’85% di chi ha fatto la dieta ha ripreso i chili persi con gli interessi… Impressionante.

“le diete fanno… ingrassare” non è quindi un modo di dire, è proprio una devastante realtà con la quale devono fare i conti tanto i professionisti seri (cioè quelli di cui sopra) e quanti si avvicinano speranzosi e fiduciosi ad una nuova alimentazione.

“Ma allora non c’e’ scampo?” Ovviamente scampo ce n’è, eccome, soprattutto se sapremo mettere a fuoco che la fase di dimagrimento rappresenterà solo una tappa… Il bello verrà dopo.

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Trentesimo giorno – Il motivo

L’impietosità delle statiche riguardo gli esiti delle diete è raggelante: 85% di fallimenti dopo appena 2 anni! Una percentuale così alto sta a significare che in ogni persona, nessuna esclusa, la tendenza naturale del peso è quella di aumentare nel corso degli anni e che tale tendenza non può scomparire per magia semplicemente facendo una dieta e che dimagrire e restare magri non è la stessa cosa.

Ma perché tutto ciò avviene? Come è possibile che il corpo per il quale accettiamo di fare sacrifici e sostenere privazioni non appoggi l’iniziativa, anzi ci remi contro?

Per prima cosa è importante ricordarci (lo abbiamo detto fin dall’inizio) che il nostro corpo è vecchio di centinaia di migliaia d’anni, anzi di milioni d’anni se consideriamo i nostri progenitori, e poichè ha passato tutto questo tempo a cercare di sopravvivere mettendo da parte ogni minima caloria il minimo che possa fare in caso di dimagrimento è cercare di limitare i danni. Il nostro corpo, infatti, non capisce che al giorno d’oggi le scorte di grasso non costituiscono più un rimedio contro le carestie e i digiuni frequenti nel passato e soprattutto non può sapere che per l’uomo moderno l’accumulo di tessuto adiposo sia molto più pericoloso che la sua eliminazione.

E’ per questo motivo che durante il dimagramento non sia prevista l’eliminazione delle cellule che contengono il grasso, ma solo il loro svuotamento: per rendere più facile e veloce il ripristino delle condizioni di partenza. Non venendo eliminate, infatti, queste cellule restano sempre disponibili ad accumulare grasso, cosa che faranno puntualmente appena verrà fornita loro l’occasione. Un po’ come se fossero delle piccole spugne che vengono spremute facendo la dieta: non appena si ritroveranno nelle condizioni di assorbire nuovamente grasso queste si gonfieranno nuovamente. In alte parole la tendenza a ringrassare dopo una dieta rappresenta per il nostro corpo la cosa più “giusta” e “doverosa”.

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Trentunesimo giorno – Come uscirne: non solo dieta

Accettare di seguire una dieta non comporta automaticamente il raggiungimento degli obbiettivi prefissati e soprattutto il mantenimento del buon peso ottenuto. Ciò che farà la differenza nel nostro percorso non sarà infatti la dieta, bensì ciò che vi starà intorno, a partire da ciò che si sta leggendo in questo momento e, incredibilmente, da come lo si stia leggendo!

Detto questo non si vuole sminuire l’importanza della dieta, ci mancherebbe altro… però non la si può neppure sopravvalutare! Pertanto, per la buona riuscita del programma,  se da una parte non si potrà prescindere da una sana alimentazione, dall’altra si dovrà  mettere in conto che non basterà mangiare meno e che ci vorrà qualcos’altro! La dieta, lo ribadiamo, non è altro che un pretesto per introdurci in un nuovo mondo di gran lunga più interessante di un semplice programma, in cui gli aspetti psicologici della vicenda, la cultura alimentare in particolare e del benessere in generale possono fare la differenza rispetto all’esecuzione di una banale dieta. quello che imparerai in questi mesi che accompagneranno il dimagrimento. Se questa volta non vogliamo fallire o se comunque vogliamo porre fine una volta per tutte alla questione sovrappeso, ci conviene impegnare il tempo in modo costruttivo, imparando tutto quanto sia importante conoscere per potere affrontare con totale consapevolezza le varie fasi della dieta: conoscere le calorie, imparare ad affrontare e vincere la fame, saper gestire correttamente gli extra… Per questo poche righe fa ho accennato all’importanza di quello che si sta leggendo e da come lo si stia leggendo’ perché proprio dalla disponibilità  ad imparare tutto ciò che verrà proposto dipenderà la nostra riuscita.

Ecco perché non e’ il caso di allarmarsi se chi fa la dieta ingrassa, perché noi, tutto sommato, faremo qualcosa di ben diverso!

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Trentaduesimo giorno – Coach yourself

Coach yourself è un termine inglese che letteralmente significa allena te stesso, ma che possiamo anche tradurre in modo più elastico con “sii la guida di te stesso”, essendo il coach colui o colei che accompagna una persona o un gruppo di persone da una situazione attuale ad una desiderata.

Detta così potrebbe apparire un consiglio pretenzioso: come si fa ad essere un buon coach senza averne le competenze? In realtà non ci serve così tanto: ci basta fare una cosa molto semplice e cioè prestare attenzione e guidare il nostro discorso interiore come faremmo se ascoltassimo una persona cara. È impressionante la differenza esistente tra il modo di far fronte alle le difficoltà delle persone a cui teniamo e il modo affrontare di nostre: di fronte alla stessa situazione riguardante terzi siamo estremamente costruttivi, confortanti, incentivanti, incoraggianti, rassicuranti e via dicendo, mentre nei nostri confronti si scatenano sentimenti meno favorevoli quali insoddisfazione, deprezzamento e svalutazione.

Essì che non si tratta di sostenere chissà quale sforzo o fingere chissà quale simulazione: si tratta solo di essere corretti e riservare a noi stessi lo stesso trattamento che concederemo a chiunque altro: giubilo per il raggiungimento di buon risultato, ammirazione per la dimostrazione di impegno, incoraggiamento in caso di insuccesso.

Impariamo ad essere noi i primi estimatori di noi stessi, pronti ad ogni piccolo successo per sottolineare le nostra bravura e rimarcare il buon esito dei nostri impegni. Non dobbiamo avere paura di essere sfacciati perché si tratta di qualcosa che resta tra noi; per di più il proprio è il complimento più importante perché è quello più inatteso, sempre critici e pronti a sminuire i nostri buoni risultati. E non dobbiamo attendere di conseguire risultati di chissà quale portata per concederci un attestato di stima: basta qualche etto in meno sulla bilancia.

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Trentatreesimo giorno – La gestione degli errori

Essere una buona guida di se stessi significa anche sapere affrontare correttamente le difficoltà e in particolar modo gli insuccessi, soprattutto in considerazione del fatto che sono questi ultimi a  causare gli abbandoni.

In un infinità di campi si parla di “gestione degli errori” ovvero l’attenzione a che gli errori non si trasformino in disfatte al punto che una marcia trionfale si modifichi in breve in una vera e propria debacle. Questo avviene perché si è talmente abituati a veder scendere il peso che non appena le cose vanno storte ecco che si scatenano i classici pensieri negativi che dovremmo invece imparare a tenere a bada: “lo sapevo che non poteva durare”; “sono un incapace”; “anche questa dieta non funziona”… Il punto è che a non funzionare non siamo ne’ noi ne’ la dieta: semplicemente non siamo abituati ad affrontare correttamente gli errori e gli insuccessi. Ma gli errori e gli insuccessi sono una benedizione divina! Sono quanto di più utile e importante si possa incontrare sul nostro cammino perché ci permettono di toccare con mano i nostri limiti così da superare i preconcetti e le prefigurazioni con cui iniziamo ogni percorso ed approdare ad una modalità che avevamo snobbato perché ritenuta inutile.

In altri termini: comprensibilmente ognuno di noi affronta il mondo e le circostanze nel modo che ha appreso nel corso della sua vita, sia  in termini generali che particolari. Fare una dieta è uno di questi casi. Quando si inizia si pensa che lo svolgimento possa essere solo di un tipo oppure non essere: o un percorso perfetto. e senza errori oppure nulla. E invece è normale che ci siano degli intoppi e che il peso possa in determinati periodi anche risalire. Va benissimo, è normale: non dobbiamo pensare che sia l’anticamera dell’abbandono, ma solo un intoppo transitorio.

Dobbiamo imparare che gli errori non solo possono, ma devono far parte della nostra esperienza, perché ci svelano i punti di maggior difficoltà e ci permettono di imparare a superarli.

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Trentaquattresimo giorno – Cultura alimentare

Come già accennato, tra i preconcetti e le preconfigurazioni più comuni che ci accompagnano quando ci si rivolge ad un dietologo c’è la convinzione che tutto si limiti ad eseguire pedestremente una serie di menù quotidiani ed imparare a destreggiarsi tra un nugolo di sostituzioni.

In realtà dovrebbe essere ben altro l’obbiettivo del nostro percorso,ovvero l’accostamento ad una cultura alimentare più salutare e complessivamente più votata al benessere. Se facciamo caso a quello che mangiamo mediamente, ci accorgiamo che siamo un vero disastro, perché abbiamo eliminato completamente dai nostri criteri di scelta l’aspetto della salute. È come se avessimo rimosso il fatto che quello che ingeriamo non ci passa attraverso come un tunnel, ma addirittura ci compenetra diventando parte di noi.

Non ci vuole molto per mangiare sano: occorre anzitutto iniziare ad ammettere che ci siamo lasciati un po’ portar via dall’onda del progresso, per cui la stragrande maggioranza dei cibi che mangiamo sono prodotti dell’industria alimentare e si trovano in commercio in pacchi confezionati. Ben poco di ciò che arriva sulle nostre tavole è stato colto dagli alberi piuttosto che raccolto da terra e altrettanto poco è stato acquistato in sacchetti di carta anziché in pacchetti formato famiglia. Per non parlare dei cibi precucinati e di quelli che abbondano in aromi aggiunti: i primi contengono tutti gli ingredienti,

compresi quelli di cui si farebbe volentieri a meno; i secondi potrebbero essere qualsiasi cosa tanto il sapore è dato dagli aromi che si aggiungono per dare il sapore finale.

È una tristezza addentare una pera che non sa di nulla perché è stata colta acerba dall’altra parte dell’emisfero ed è stata fatta maturare nella stiva a temperatura controllata di una nave.

Quando facciamo la spesa non riempiamo i carrelli con ogni prodotto confezionato ci sembri possa fare il caso nostro, ma impariamo che c’è cibo e cibo e spesso bisogna anche cercare quello più salutare.

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Trentacinquesimo giorno – Cultura del benessere

Avere compreso veramente l’importanza di una cultura alimentare salutista rappresenta un passo davvero enorme rispetto all’iniziale idea che per dimagrire basti seguire una dieta.

Allo stesso modo potrebbe rappresentare un ulteriore passo, importante quanto il precedente, cercare di crescere in chiave salutista in toto, ovvero non solo in termini alimentari. In fondo non serve molto, basta solo cercare di inserire piccoli cambiamenti, davvero minimi, tuttavia di importanza strategica, soprattutto in termini di ritorno di immagine di se stessi. Essendo ancora fresco il discorso relativo all’opportunità di essere il coach di sé stessi, probabilmente non faticheremo a capire il significato di tutto ciò, considerato  soprattutto nell’ottica di confermare attraverso le nostre azioni quotidiane il mutamento di rotta iniziato con una banale dieta ed espanso un po’ a trecentosessanta gradi.

Fare una bella passeggiata serve sotto un’infinità di aspetti ma, per quel che ci riguarda in questo momento, soprattutto per testimoniare che abbiamo effettivamente scelto di stare bene. Evitare le scale mobili o l’ascensore contribuisce sì a bruciare qualche caloria, ma induce soprattutto a rafforzare l’immagine di noi stessi in un’ottica (forse, anzi probabilmente) impensata fino a poco tempo prima: “sono proprio io quello che, mentre tutti gli altri stanno pigiati sulla scala mobile, sale senza ombra di fatica e di respiro affannoso le scale tradizionali e che parcheggia a buona distanza dall’ufficio e lo raggiunge con passo allegro mentre gli altri si affanno per trovare un buco il più vicino possibile?

Vedere le consegne alimentari inserite in un disegno più grande può rendere più agevole rispettare le stesse; allo stesso tempo, un ritrovato piglio giovanile può convincerci che tutta la nostra sedentarietà non era che brace sopita sotto la cenere ma mai veramente spenta. È ora di muoversi non solo per stare meglio ma anche per dimostrarci che siamo perfettamente in grado di ottenere ciò che desideriamo.

 

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