Cento chili in cento giorni. Quattordicesima settimana: i pensieri più positivi che ci siano

Cento chili in cento giorni. Quattordicesima settimana: i pensieri più positivi che ci siano

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“Io penso positivo perché son vivo e finché son vivo”

“Positivo” (Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti)

Ovvero del fatto che come in ogni altra cosa il pensiero positivo è fondamentale per seguire piacevolmente una dieta.

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Pensare positivo non costa nulla, per cui perché non approfittarne? E non si tratta tanto di dissertare circa il fatto che un bicchiere sia mezzo pieno oppure mezzo vuoto, ma di prendere il bicchiere indipendentemente da quanto liquido contenga e recarsi al più vicino rubinetto per riempirlo completamente.

Il manuale di sopravvivenza per dimagranti ci insegna questo ed altro, allo scopo di aiutarci a sopravvivere anche ad una prova impervia e pericolosa come la dieta. Il chissenefrega ne rappresenta un’ottima icona.

Ma il manuale di sopravvivenza per dimagranti no ci insegna solo la tecnica del chissenefrega, ma anche che il tempo è una risorsa, che bisogna imparare ad apprezzare sempre i risultati, che è importante avere sempre a disposizione dei Pensieri positivi contro pensieri negativi e che bisogna scindere l’obbiettivo dal risultato.

La dieta che bel posto per mangiare, infine, non deve rappresentare solo uno slogan, ma un vero e proprio manifesto per affrontare la dieta nel migliore dei modi.

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Novantaduesimo giorno – Il manuale di sopravvivenza per dimagranti

Accanto al presente “Cento chili in cento giorni” si trova molto a suo agio in termini di titolo paradossale e contenuto alternativo il “Manuale di sopravvivenza per dimagranti”, gemello diverso del qui presente in quanto più votato alla discorsività e all’aneddotica.

È dunque questo uno spot gratuito ad un libro dello stesso autore? No, assolutamente, visto che difficilmente chi si è fatto fregare acquistando questo libro (libro… opuscolo!) si lascerà abbindolare nuovamente. Semplicemente credo che possa servire un po’ di leggerezza e piacevolezza nell’affrontare il pesante, tedioso e ammosciante mondo delle diete.

Ed il pensiero di oggi è sostanzialmente questo, perché anche senza comprare un secondo opuscolo dello stesso autore, il titolo è già di per sé sufficientemente evocativo ed esplicativo: possiamo anche scherzarci sopra e soprattutto divertirci alle nostre stesse spalle mentre ci mettiamo l’anima per perdere quegli ultimi, disperati, maledettissimi chili. Del resto chi ha detto che si debba sempre soffrire per ogni impegno che decidiamo di portare a termine? Ok, aggiungiamo pure “solo” alla frase. Adesso si legge più correttamente: del resto chi ha detto che si debba sempre e solo soffrire per ogni impegno che decidiamo di portare a termine. Possiamo viverla meglio, prenderla più morbida. In altre parole possiamo sopravvivere alla dieta. Ma può un titolo, per altro strampalato un botto come questo, cambiare il modo di approcciarci ad una dieta? Chissà, forse sì. Altrimenti, se fossimo stati convinti del contrario avremmo sprecato uno dei cento giorni?

Da oggi si cambia marcia! Perché approcciarci diversamente alla dieta non solo si può: si deve. Altrimenti si rischia la fine del povero Francis Scott Fitzgerald, talmente a dieta ferrea “che non mi lasciano neanche leccare un francobollo.”

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Novantatreesimo giorno – Il chisseneimporta

La tecnica del “chisseneimporta” non è semplicemente una tecnica particolarmente amata da chi non intende rovinarsi la vita perseguendo un obbiettivo: è propriamente LA tecnica.

Lontano anni luce da quanti salgono sulla bilancia quotidianamente per vedere il risultato dei propri sforzi (oddioddioddio speriamospreriamosperiamo), il fautore del “chisseneimporta” se la prende comoda, sostenuto dal suo distacco affettivo assoluto dall’andamento dei risultati. Non è disinteresse, è solo che ha altre cose più importanti a cui pensare che farsi coinvolgere emotivamente da un numero sul display di una bilancia. Si preoccupa di mangiare bene e si pone pure l’obbiettivo di raggiungere un peso accettabile, però senza menzionare tempi e scadenze, così da non rischiare di cadere nella spirale dei risultati a tutti i costi: Il peso è sceso? Bene! il pesò è salito? Chisseneimporta.

Ah, come si vivrebbe meglio se riuscissimo tutti ad applicare la tecnica del “chisseneimporta”.

Il cane ha lasciato un segno del pranzo sulla moquette? La collega ha aggiornato il decolleté? Il vicino ha l’erba più verde della nostra? Chisseneimporta!

Ci siamo persi il rigore decisivo per un attacco di colite? Si è rotto il tacco della scarpa? La macchina del capo ha un buco nella gomma? Chisseneimporta!

Hanno tolto la promozione per il tritatutto? La nostra lacca preferita è fuori produzione? Le tartarughe ninja hanno colpito ancora? Chisseneimporta!

Certo, non possiamo applicarla a tutto: il latte per gli infanti rappresenta un’eccezione, così pure il mantenimento del posto di lavoro e la scadenza della polizza auto… per tante cose la tecnica non è applicabile; ma per un sacco di altre sì: addirittura ne rappresenta la soluzione! Sicuramente lo è per il peso, che non deve diventare un assillo sotto alcun punto di vista.

Va benissimo impegnarsi per riuscire a pesare di meno, ma non ci si deve rompere la testa se i risultati non sono sempre all’altezza dei nostri sforzi. Se lo fossero bene, altrimenti… “chisseneimporta”!

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Novantaquattresimo giorno – Il tempo è una risorsa

Se alla rasoiata (metaforica: stiamo parlando di “Via col Vento” e non di “Arancia Meccanica”) del capitano Rett Buttler alla povera (?!) Rossella O’Hara (“Francamente me ne infischio”, versione grezza ed avvelenata del “chisseneimporta”) si preferisce la chiosa di quest’ultima (“Domani è un nuovo giorno”) ecco che il nostro “chisseneimporta” non solo è quello che fa per noi, ma ha trovato anche un ulteriore declinazione.

Il tempo rappresenta la risorsa numero uno di chi decide di mettere in sesto la propria dissennata o semplicemente distratta alimentazione. Eppure è incredibile come si faccia fatica a accettare questo concetto. È colpa del fatto che ci siamo abituati ad ottenere tutto e subito? Oppure dal fatto che questa società corre ad un ritmo talmente frenetico da non lasciarci neppure più il tempo di respirare? Sia quel che sia, abbiamo l’anima avvelenata dalla necessità di fare tutto nel più breve tempo possibile o quanto meno secondo parametri temporali che non hanno motivo di esistere.

Forza: veniamone fuori! Dobbiamo solo perdere qualche chilo: non abbiamo firmato nulla in termini di scadenze, consegne e rispetto di contratti. Domani è un nuovo giorno e potremo fare tranquillamente quello che non siamo riusciti a fare oggi e il bello è che per dopodomani varrà la stessa filosofia. Un bel respirone, suvvia, e godiamoci la nostra perdita di peso come se fosse una piacevole camminata per le strade del centro in cui non abbiamo altro da fare che passeggiare con piacere e tornare a casa per cena. O anche no: potremo fermarci a mangiare qualcosa in un baretto o presso qualche ristorantino.

È così che si fa: tanta calma e serenità, con un’assoluta consapevolezza della tranquillità con cui può svolgersi tutto il nostro percorso, in modo che sensi di colpa, disagio e inadeguatezza se ne stiano opportunamente lontani da noi. Perché così distanti devono stare.

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Novantacinquesimo giorno – Apprezzare i risultati

Siamo abituati a considerare i risultati che otteniamo alla luce delle aspettative… eppure non sarebbe meglio se ce li gustassimo per quello che sono senza passarli a tutti i costi attraverso il tritacarne delle nostre attese? Io direi di sì: molto ma molto meglio.

Fermo restando che a volte le aspettative che ci facciamo sono solo un gioioso frutto delle nostre fantasie (come, del resto, la mia di diventare qualcosa di più di uno scrittore di opuscoli), non c’è motivo per cui le due cose, risultati e aspettative, debbano venire a contatto. Possono, anzi devono, vivere in mondi assolutamente e volutamente paralleli, così che accanto al desiderio di diventare una Silfide o un Adone possa sussistere la soddisfazione per una perdita di peso anche di pochi etti. Da ragazzi, parlo per i signori in lettura, chi non ha misurato con millimetrica precisione la distanza dalle labbra di un distratto bacio sulla guancia da parte della fiamma di turno per poterne dedurre il valore simbolico? Allora si era ragazzi, per cui era comprensibile che tutto fosse posto al vaglio dei desideri e ci si infiammasse o al contrario ci si legasse metaforicamente una pietra al collo in base all’interpretazione dell’evento. Ma ora, con tutta l’acqua che è passata sotto i ponti della nostra esistenza, non dovremmo esserci emancipati da questo, consentitemi l’iperbole, difetto? Abbiamo perso mezzo chilo? Ma dedichiamoci una ola come se ne avessimo persi tre! È mezzo chilo in meno, se non ce ne fossimo accorti, mica in più. Ci abbiamo verosimilmente messo l’anima per perdere peso: perché amareggiarci solo perché ci aspettavamo di perderne di più?

Ogni etto perso deve essere accolto con la gioia e la soddisfazione che riserveremmo a perdite più corpose, nell’allegra consapevolezza che quell’etto ce lo siamo tolti di torno e che si dimagrisce benissimo anche e soprattutto con piacevole serenità.

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Novantaseiesimo giorno – Pensieri positivi contro pensieri negativi

Quanti sono i pensieri che ci possono attraversare la mente nel corso di una dieta? Infiniti? Di più? Confermo: di più.

Positivi o negativi che siano, tutti i pensieri sono degni di ascolto, purché si tratti di un ascolto critico. Perché una cosa è certa: tutti i pensieri negativi hanno un loro corrispondente positivo che occorre assolutamente recuperare, pena il rimanere schiacciati sotto il peso di una “costanza  emotiva” a corrente alternata. Quando infatti le cose non ci girano proprio come vorremmo, ecco che subito si affacciano i soliti pensieri negativi che siamo fin troppo abituati ad ospitare nella nostra mente: “ci vuole tanto tempo”; “non ce la farò mai”; “tanto tutti i miei familiari sono in sovrappeso”…  Sono veramente un’infinità i pensieri negativi capaci di infiltrarsi nei meandri dei nostri neuroni e rendere amara la nostra esperienza. Ed è un peccato perché è proprio la mancanza di una “costanza emotiva” che siamo esposti ciclicamente ai flutti malevoli di questi pensieri, non tanto la situazione reale: “il tempo non è un problema ma una risorsa”; “posso farcela benissimo e comunque non devo certo deciderlo adesso se ce la posso fare o meno”; “i miei familiari saranno anche in sovrappeso, ma nulla vieta che io possa avere un peso migliore del presente”. Visto? Mica è poi così difficile. Ma come fare per potere affrontare sempre a testa alta i pensieri negativi che ci possono investire in qualsiasi momento del giorno? Semplicemente iniziando ogni giornata facendone memoria con una bella accoppiata “pensiero positivo vs pensiero negativo”.

E se la memoria non bastasse, riempiamo una ciotolina di bigliettini riportanti il numero maggiore possibile di queste coppie scritte sulla falsariga delle cento presenti in questo libro e mettiamola in posto topico della casa: ogni mattina potremo ricordarci che basta sapere guardare le cose con la giusta luce per accorgersi che vanno molto meglio di quanto possa sembrare.

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Novantasettesimo giorno – Scindere l’obbiettivo dal risultato

Ma perché è tanto difficile disgiungere gli obbiettivi dai risultati?

Siamo troppo succubi dei pensieri associativi per vivere bene. Ogni qual volta ci si ponga un obbiettivo si inizia a valutarsi in base al suo raggiungimento. Questo vuol proprio dire non volersi bene! La cosa più importante di tutte non è raggiungere gli obbiettivi, ma fissarli e impegnarsi, nella giusta misura, ovvero né troppo né troppo poco, per guadagnarli. Eppure detta così rischia di non funzionare, ma perché? Perché ci siamo lasciati rovinare la mente da chi, diversamente da come dovremmo vivere, ha progressivamente impostato la (nostra) vita in un tourbillon di impegni e scadenze da rispettare assolutamente. I compiti entro un certo giorno, la preparazione di un esame entro una certa data, un articolo in un certo numero di giorni. Ok, per molte cose sarà anche così, ma dobbiamo proprio estendere questo concetto a tutto? Ennesimo respirone: l’importante è mangiare bene… i risultati verranno poi. È l’uscita in barca che rappresenta il bello, non l’approdo finale (sempre che non si soffra di mal di mare). Per uno sportivo è assistere ad un bell’incontro ciò che conta, non il risultato (diverso è il discorso del tifoso, al quale interessa solo che la propria squadra vinca e basta). Una visita al museo non deve concludersi nel portarsi qualcosa a casa (e mica è tutto in vendita a questo mondo). Così è per chi vuole mettere a posto la propria alimentazione: il buon peso arriverà, è solo questione di tempo. Vale la pena, nel frattempo, rovinarsi l’umore nell’attesa?

È come la storia dell’imprenditore che consiglia al pescatore di lavorare di più per potere comprare sempre più barche, per avere a disposizione una flotta che gli consenta, dopo anni di duro lavoro e grandi sacrifici, di smettere di lavorare per poter pescare finalmente per puro piacere. Che è esattamente quello che sta facendo ora.

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Novantottesimo giorno – La dieta che bel posto per mangiare

Lo squalo della city londinese, assorbito dalla lettura del “Financial Times” trangugia il suo tramezzino adiuvato da un succo d’arancia e subito dopo un caffè, pronto a ripartire con slancio dopo il pit stop, eseguito con destrezza e senza fronzoli. A più di mille chilometri di distanza, in Provenza, una maestrina assorta nella lettura del suo libro di poesie preferito, circondata dal profumo della lavanda e della sua musica più cara, ogni tanto appoggia il libro, si gusta la sua fettina di vitello cotta ai ferri ad occhi chiusi per qualche secondo, assapora i pomodorini e la rucola che la accompagnano, e riprende la sua lettura.

Sono due estremi, due modi diametralmente opposti di affrontare il pasto, con alcuni aspetti comuni ed altri assolutamente inconciliabili. Nel primo caso la lettura distrae dal pasto con il risultato che a breve la fame inizierà a reclamare attenzione e scatterà la caccia al riempitivo; nel secondo la lettura amplifica la percezione del pasto, immersi come si è in un tripudio di stimoli piacevoli. Come sempre, perché vi conosco, obietterete che certo, a chi non piacerebbe trovarsi in Provenza, tra i profumi di lavanda e i colori pastello, a gustarsi la vita, anziché stare chiusi nell’ufficio di una grande città, soffocati dallo smog e dal logorio della vita moderna?

Ma il punto è proprio questo: perché non creare le cose che non esistono? Creare un (anche micro) ambiente confortevole e piacevole, con un bel libro che amplifichi le sensazioni del pasto, un ninnolo a cui si è affezionati sulla tovaglietta, una fogliolina di basilico sulla pasta (la possiamo mettere noi su quella dell’ufficio)…

Su, un po’ di coraggio e di fantasia: che ci costa provare a rendere più gradevole la nostra dieta e la nostra vita?

 

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